Omaggio ad Ayrton Senna

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Ero davanti al video, come tanti, ognuno nelle proprie case. Seduto sul divano, a godermi il mio appuntamento della domenica con gli sport motoristici. Toccava alla formula uno: gran Premio di San Marino, circuito di Imola.

Era già cominciata con un velo di tristezza: il giorno prima, durante le prove, un incidente aveva tolto dalla griglia i sogni ad un pilota sconosciuto, uno di quelli che entrano in formula uno con la valigia, un senza nome, almeno sino al giorno prima: Roland Ratzemberger.

Ma torniamo alla domenica.

Il Gran Premio è iniziato da pochi minuti e già fa la sua comparsa la safety car. Per un incidente in griglia di partenza.

Alcuni giri a ritmo ridotto per dare tempo agli ufficiali di gara di ripulire il tracciato e dopo poco la safety car rientra e la gara riprende. Ma intanto siamo al quinto giro.

Il gruppo è ancora compatto, la gara è praticamente appena iniziata; siamo al settimo giro e giunti al Tamburello vedo la Williams di Senna proseguire per la tangente e schiantarsi violentemente contro il muretto. “beh” ho pensato “le auto sono sicure, certamente andrà tutto per il meglio”. Erano le 14:17

Ma vedendo in seguito l’atmosfera concitata ho capito che forse non andava così bene come troppo ottimisticamente pensavo.

Ricordo ancora la ripresa aerea dall’elicottero sul luogo dell’incidente e di quanto mi colpì quella macchia rossa sul cemento della via di fuga. “Ahi…. questa volta è grossa, grossa davvero”.

La gara è ripresa: “the show mast go on” e questo è tanto più vero quanto più importanti sono gli inteessi in gioco. E in gioco ci sono molti interessi.

Sarà poi vinta da un acerbo Schumacher su Benetton

Tutto il pomeriggio col pensiero distratto, tra la pista e Ayrton. Sino alle 18:40, quando dall’ospedale Maggiore di Bologna; dove Ayrton era stato portato d’urgenza, arriva la ferale notizia: “il cuore ha cessato di battere”.

Io non so se esiste Dio; non ci sono prove ne a favore e ne contro. Si può aver fede, ma non si può dimostrare.

Però qualcosa ci deve essere. Innanzitutto per la dimanica dell’incidente: la rottura del piantone dello sterzo, un particolare progettato da fior di ingegnieri (Williams era la squadra al top in quel momento).

Poi la rottura del braccetto della sospensione che va a centrare l’unico punto debole, il tallone d’Achille: si infila sotto la visiera del casco ed entra nel cranio attraverso l’occhio.

Bastavano pochi centimetri, forse solo uno, più spostato da una parte o dall’altra e Ayrton sarebbe ancora con noi. Batava che nell’impatto il casco avesse ondeggiato in modo diverso, facendo trovare Senna col capo più spostato.

O forse prendere il muretto con un’altra angolazione o con un’altra intensità.

Ha abbandonato il tracciato lasciando un filo di speranza, così che la festa potesse continuare e che nessuno fosse turbato. Poi, a festa finita, ha abbandonato gli amici.

C’era un solo modo per morire quel giorno in quella curva. E questo è accaduto.

Forse, per Ayrton, era pronto un altro campionato, altrove…

Aggiungo una riflessione che forse scandalizzerà molti ma è quello che penso, a costo di perdere consensi e approvazione: tutti dobbiamo morire, è l’unica certezza della vita. Ma pensando a coloro che muoiono per un lavoro forzato e che non piace, magari cadendo da un’impalcatura, alla guida di un mezzo pesante lontano da casa, incastrato in un macchinario, di fame, di malattia o di stenti, o peggio combattendo una guerra per la ricchezza e il potere di qualcun’altro; morire facendo ciò che ami è una grande benedizione.

Di Ayrton ho sempre ammirato la grande professionalità, il fatto che si allenasse a tal punto da gareggiare mantenedo basso il livello di pulsazioni cardiache o che ai tempi del kart non perdesse occasione per allenarsi in pista la dice lunga su quale poteva essere il suo stato mentale.

Come anche ammiravo quando raggiungeva un avversario e lo sorpassava come se questo non esistesse. Calcolo accurato per raggiungerlo in quella precisa curva o capacità di controllo del mezzo tale da non temere traiettorie alternative?

Ancora oggi quaqndo guido un’auto penso ad Ayrton, anche se sono nel traffico cittadino mi illudo che sia al mio fianco; a correggere, suggerire, assistere e perché no, anche rimproverare.

Concludo citando una scritta sul muro che ho trovato all’interno dell’autodromo di Monza molti anni fa: “Ayrton sei unico”.

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Lo Zingaro

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